donna-con-la-fame-nervosaLa fame nervosa, secondo gli studiosi del comportamento alimentare, si ha quando il cibo viene ingerito per fronteggiare le emozioni quotidiane che possono essere le più varie: rabbia, tristezza, noia e ansia.

Per esempio la fame nervosa provocata da una emozione di rabbia fa mangiare di più per compensare una frustrazione e un risentimento perché non si riesce ad ottenere ciò che si desidera, ma mangiare di più non è un modo per ridurre la rabbia. Bisognerebbe invece scaricare la rabbia affrontando la situazione che l’ha provocata. Il che non è sempre possibile, allora magari è meglio cercare di sfogarsi facendo dello sport.

Anche la tristezza fa mangiare di più per consolarsi di una delusione, di una carenza affettiva o di un fatto spiacevole. La tristezza spinge a cercare il cibo ed è una sensazione che riporta alla fase orale del bambino piccolo quando era proprio con il ciucciotto che si consolava. Una soluzione potrebbe essere scrivere su un foglio alcune cose che rendono felici al di là del cibo e metterne in pratica una per trovare gioie alternative alla tavola.

Anche la noia spesso vede il cibo come l’unico mezzo per interrompere la monotonia. Si tende a mangiare di più quando non si ha nulla di interessante da fare e una soluzione sarebbe quella di riuscire ad impiegare il tempo libero programmando attività che interessano e che sono piacevoli.
L’ansia, ovvero l’apprensione per un fatto che dovrà accadere e potrà essere incerto, o peggio spiacevole, può spingere a rifugiarsi nel cibo per alleviare l’irrequietezza e l’agitazione.

Fino ad ora abbiamo esposto emozioni negative che hanno causato la fame nervosa, ma recentemente alcuni esperti stanno guardando anche alle emozioni positive come origine di fame nervosa.


Anche la felicità potrebbe far sentire la necessità di mangiare «qualcosa di buono», come associazione tra cibo e sensazioni positive. A tale proposito alcuni ricercatori della Utrecht University hanno pubblicato online su Appetite uno studio effettuato su studenti universitari. Lo studio era formato da tre test: nel primo test si proiettavano filmati a un gruppo di studenti in modo da suscitare in loro emozioni positive.
Un altro gruppo di studenti assisteva a filmati che non provocavano emozioni di nessun tipo. Infine un terzo gruppo ha assistito a filmati che provocavano emozioni negative. Alla fine dei filmati una tavola imbandita offriva ai ragazzi la possibilità di mangiare a volontà. I gruppi che avevano provato emozioni positive o negative hanno mangiato di più rispetto a quello neutro.

Quindi il cibo non è più solo un mezzo di sopravvivenza, ma è un modo per gestire le nostre emozioni.