klimt.1La figura femminile è da sempre stata una delle protagoniste indiscusse dell’arte. La donna, con le sue linee morbide e seducenti, ha esercitato un ruolo centrale nella vita di ogni artista.

Sarà per la ricchezza del simbolismo che l’accompagna o per il suo fascino misterioso, che si è riuscita a conquistare un ruolo centrale in tutta la produzione storico-artistica.

A suo modo, l’universo femminile è rientrato nelle creazioni dei maggiori artisti, delineando i caratteri fondamentali del loro percorso. Un percorso che è è stato capace di caratterizzare l’evoluzione storica dell’immagine sociale femminile, tanto da evidenziarne proprietà e caratteri.

Ed uno degli artisti che ha subito maggiormente il fascino della figura femminile è sicuramente Gustav Klimt, padre dell’Art Nouveau e del Secessionismo viennese. Il pittore ha prodotto una miriade di opere aventi come protagonista la donna, nelle sue sfumature più affascinanti e contorte.

In un certo senso, è come se Klimt rappresentasse quella parte del mondo femminile che, fino ad allora, l’arte aveva celato: la forza, l’audacia, la consapevolezza. Elementi netti e decisi, che caratterizzano la donna come protagonista – spesso involontaria – di un processo di fascinazione senza pari.

Un percorso, quello dell’artista viennese, che dal mero studio stilistico della forma femminile, si trasforma in una rappresentazione più consapevole e realistica di un mondo femmineo potente e conturbante. Con Klimt si abbandona la figura addomesticata della donna-angelo, per passare a quella più realistica della donna-vampiro: un essere che, attraverso la consapevolezza della propria forza, agisce sugli altri un fascino spietato e crudele.

Quella che si delinea è la rivincita della donna, ora più libera di affermarsi ed esprimersi anche al di fuori dei canoni imposti all’epoca. klimt.danaeUna nuova figura femminile che, tuttavia, non manca di cadere in stereotipi che, in seguito, si riveleranno pericolosi.

Sì, perché è come se la donna klimtiana riesca a costituirsi come essere etereo e voluttuoso, capace di sopraelevarsi su tutto quanto accade.

Un essere talmente conscio della propria individualità, da riuscire ad imporsi noncurante dell’osservatore.

È proprio così che nascono figure memorabili come la Giuditta o la Danae.

Due donne molto diverse tra loro, accomunate – forse – dal solo interesse di appagare il proprio piacere personale. Figure, quindi, decise ed indipendenti, che operano una netta cesura con la produzione artistica dell’epoca proprio per la loro potenza.

Un carattere così marcato che, spesso, ha spinto i critici a pensare che l’operazione posta in essere da Klimt fosse una mera rappresentazione del suo lato femminile.

La raffigurazione della bisessualità freudiana che, proprio in quegli anni, si stava impadronendo di tutta la produzione artistica. Un’analisi erronea e frettolosa, che in un certo senso svilisce tutto il lavoro operato dall’artista.

La rivolta edipica di Klimt, infatti, rappresenta il tentativo – talmente riuscito da essere difficile da comprendere – di mostrare realisticamente la donna dell’epoca, con le sue forti contraddizioni.

Un percorso che lo porta a dipingere figure esili ed eteree, sfacciatamente femminili e seducenti. Corpi femminei sottili e sinuosi, che culminano in un tripudio di chiome rigogliose e conturbanti.

È la mistificazione del fascino femminile in ogni suo aspetto, che si manifesta nelle opere di Klimt con un vigore prepotente e simbolico.

Figure di donne così impalpabili, eppure allo stesso tempo concrete. Molto vicine a quelle di oggi: determinate, energiche, a tratti egoiste. Insomma, un universo imperniato dall’essenza femminile più pura e contagiosa. Donne decise e sensuali, consapevoli di se stesse e del loro fascino.